Esistono luoghi dove la divisa non è soltanto un abito di ordinanza, ma una seconda pelle che si indurisce col tempo, tra polvere, addestramento e silenzi carichi di responsabilità. Uno di questi presidi di legalità è il C.A.I.P. di Abbasanta, il Centro di addestramento e istruzione professionale della Polizia di Stato, che recentemente si è trasformato nel teatro di un rito antico e modernissimo al tempo stesso: quello del riconoscimento del merito. Non si tratta di una semplice formalità burocratica, ma dell’attestazione pubblica di un impegno che spesso sfugge ai radar della cronaca quotidiana, ma che costituisce l’ossatura stessa del nostro vivere civile.
La cerimonia, sobria ed elegante come si conviene alle istituzioni, ha visto la consegna delle onorificenze concesse dal prefetto di Oristano, Salvatore Angeri. Questi riconoscimenti, destinati al personale in servizio presso il C.A.I.P. di Abbasanta, premiano la lunga permanenza e la dedizione. Restare, perseverare, servire lo Stato per anni nello stesso centro significa costruire una memoria storica e professionale che è la vera garanzia di efficienza per la sicurezza pubblica.
I nastrini di merito e l’eredità della pandemia
Ma c’è un altro passaggio della cerimonia che merita una riflessione più profonda. Il direttore del centro, Denise Mutton, insieme alla funzionaria Francesca Uroni, ha consegnato i nastrini di merito conferiti dal capo della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani, per l’impegno profuso durante l’emergenza Covid-19. È in quel preciso momento che il lavoro svolto all’interno del C.A.I.P. di Abbasanta si è ricongiunto con la storia collettiva del Paese. In quei mesi drammatici, la Polizia di Stato non ha solo garantito l’ordine, ma ha offerto un volto umano a uno Stato che doveva proteggere i cittadini da un nemico invisibile.
Tra i premiati figurano nomi che rappresentano l’eccellenza operativa della Sardegna: dal sovrintendente Lucio Serra ai suoi colleghi Giuseppe Bonu, Marco Urdis e Giovanni Uras, fino agli assistenti capo coordinatori Alessandro Mattioli, Alessandro Corona, Marco Tore e all’assistente capo Federico Lai. Ognuno di loro porta sulla giubba un segno tangibile di ciò che la sociologia del lavoro definisce vocazione pubblica, ovvero la capacità di anteporre il bene comune al rischio individuale.
Una comunità stretta intorno ai suoi eroi quotidiani
L’atmosfera solenne, arricchita dalla presenza del personale del quadro permanente e dalla benedizione del cappellano Padre Isidoro, racconta di una comunità coesa. Il C.A.I.P. di Abbasanta non è solo una caserma o un centro studi, ma un microcosmo dove la stima reciproca diventa il carburante per affrontare le sfide future. In un mondo che corre veloce, fermarsi a celebrare chi ha servito con onore non è un atto di nostalgia, ma un investimento sul futuro della nostra democrazia.
La dedizione non è un atto isolato, ma un’abitudine, dicevano gli antichi. E ad Abbasanta, quella dedizione ha ora i nomi e i volti di chi ha scelto, ogni giorno, di onorare la Repubblica.










