E’ la fotografia nitida e spietata della realtà che sta colpendo l’autotrasporto in Sardegna. Un settore che non è solo una voce del PIL, ma il sistema linfatico di un’isola dove l’ottanta per cento dei beni viaggia su gomma e per mare. Eppure, oggi, quel sistema è vicino all’infarto.
Il grido d’allarme lanciato da Confartigianato Imprese Sardegna non è una semplice lamentela di categoria. Quando Giacomo Meloni parla di brutte sorprese tariffarie, descrive un meccanismo perverso dove la speculazione sembra aver preso il posto della pianificazione. Il dato è di quelli che tolgono il fiato: nell’ultimo mese il costo del gasolio è lievitato del 18,9 per cento. Una fiammata che ha incenerito, in appena dieci giorni, quel timido e quasi simbolico taglio delle accise concesso dal Governo.
La geometria del collasso: numeri che non lasciano scampo
Un mezzo pesante percorre mediamente 120 mila chilometri l’anno; con gli attuali rincari, ogni singolo camion costa all’impresa circa 9 mila euro in più rispetto al passato. Per una flotta di dieci mezzi, parliamo di una voragine da 90 mila euro.
Se consideriamo che la marginalità media di questo settore resta ostinatamente sotto il 3 per cento, è evidente che non stiamo parlando di una riduzione dei profitti, ma della loro totale evaporazione. L’autotrasporto in Sardegna si trova così in un paradosso logistico: se con il gasolio a 1,65 euro i costi operativi pesavano per la metà, oggi, con il prezzo alla pompa che ha sfondato il muro dei 2 euro, l’incidenza sfiora l’85 per cento. È matematica del declino.
Il mare come barriera, non più come ponte
La peculiarità sarda risiede nella sua doppia insularità economica. Non basta il rincaro del carburante stradale; a pesare come un macigno sono le tariffe marittime, cresciute del 49 per cento, e quelle aeree, esplose di un inverosimile 127 per cento. La tassa europea sull’inquinamento delle navi, la cosiddetta ETS Surcharge, rischia di essere il colpo di grazia.
Meloni è stato tranchant: la speculazione la sta facendo da padrona. È la denuncia di un mercato che appare incontrollato e, forse, incontrollabile. Le imprese di autotrasporto in Sardegna, oltre 1.500 realtà che danno lavoro a 4 mila dipendenti, chiedono oggi non regalie, ma ossigeno finanziario. Chiedono l’utilizzo immediato del credito d’imposta e la sospensione dei versamenti contributivi. È una questione di liquidità: il gasolio si paga subito, i committenti pagano dopo tre mesi. In questo scarto temporale si consuma il fallimento di intere famiglie.
Una tensione che bussa alle porte della politica
La missiva inviata al Ministero delle Infrastrutture non è solo un atto burocratico, è un avvertimento. Senza risposte concrete, il rischio di una sospensione dei servizi è dietro l’angolo. E quando si ferma l’autotrasporto in Sardegna, si ferma l’isola intera. Si fermano gli scaffali dei supermercati, si ferma l’edilizia, si ferma la vita quotidiana dei cittadini che, come sempre, saranno gli ultimi terminali di questi aumenti a cascata.
È necessario che il Governo comprenda che la Sardegna non può essere trattata con misure standard. L’insularità deve tradursi in tutele specifiche, altrimenti il diritto alla mobilità e alla continuità territoriale resterà una bella espressione scritta su carta intestata, ma priva di qualsiasi riscontro nella vita reale di chi sta al volante.









