C’è qualcosa di profondamente malinconico nell’osservare come il bene comune, quel fragile castello di carta che regge la nostra convivenza civile, venga smantellato pezzo dopo pezzo proprio da chi dovrebbe averne cura. Non parliamo di un assalto esterno, di un’incursione notturna di ignoti scassinatori, ma di una ferita inferta dall’interno. La cronaca recente ci consegna una storia di ordinaria avidità. I furti nelle scuole di Oristano non sono stati opera di una banda organizzata, ma, secondo le indagini, l’esito della condotta illecita di un uomo che quel sistema avrebbe dovuto farlo funzionare.
La tecnologia negata al futuro dei ragazzi
La Squadra Mobile, coordinata dalla Procura della Repubblica, ha messo fine a un’emorragia di risorse che pesava sulle spalle delle istituzioni scolastiche cittadine. Un assistente tecnico informatico, figura centrale in un’epoca in cui la didattica non può prescindere dal digitale, è stato denunciato per peculato. L’accusa è pesante come un macigno: aver approfittato della propria posizione per sottrarre circa trenta dispositivi OPS, quei piccoli ma preziosi cervelli elettronici che permettono alle lavagne interattive di animare le lezioni.
I furti nelle scuole di Oristano non rappresentano soltanto un danno patrimoniale, stimato oltre i 20.000 euro, ma una vera e propria sottrazione di futuro. Ogni antenna Wi-Fi sparita, ogni minicomputer messo in vendita su piattaforme online a caccia di ignari acquirenti, è un pezzo di istruzione che viene meno, un diritto allo studio che si infrange contro il muro dell’interesse privato. La Polizia di Stato ha recuperato parte della refurtiva durante le perquisizioni, svelando un meccanismo di rivendita sul web che trasforma il patrimonio pubblico in spiccioli da incassare nell’ombra.
Questo episodio ci obbliga a interrogarci sul senso della funzione pubblica. Quando un incaricato di pubblico servizio decide di alienare i beni che gli sono affidati, sta compiendo un atto che va ben oltre il reato di peculato; sta recidendo il legame di fiducia tra cittadino e Stato. I furti nelle scuole di Oristano sono il sintomo di una deriva dove il mio prevale sistematicamente sul nostro, dove l’ufficio diventa un magazzino personale da depredare.
Non è solo una questione di controlli, che pure hanno funzionato grazie alle segnalazioni sulle anomalie gestionali, ma di etica del lavoro. In un contesto scolastico, dove si formano le coscienze delle prossime generazioni, il pessimo esempio di un tecnico che svuota le aule per rimpinguare il proprio portafoglio è un paradosso doloroso. La legalità non si insegna solo sui libri, ma si respira nella cura che ogni operatore ha per gli strumenti messi a disposizione della collettività.
La risposta della giustizia e la tutela della legalità
L’intervento tempestivo delle autorità ha permesso di limitare i danni di una gestione opaca e criminale. La prevenzione degli illeciti legati alle risorse pubbliche rimane una priorità, specialmente quando queste risorse sono destinate ai più giovani. È essenziale che la comunità non resti indifferente di fronte ai furti nelle scuole di Oristano, perché il silenzio è il miglior complice di chi confonde il possesso con la custodia. Restituire quegli strumenti alle aule significa, simbolicamente, restituire dignità a un’istituzione che non può e non deve essere considerata un bancomat per impiegati senza scrupoli.










