C’è un’ironia amara, quasi feroce, nel modo in cui le istituzioni decidono di maneggiare la memoria. Oristano si risveglia oggi con una notizia che ha il sapore dolce del finanziamento e quello acido dell’incoerenza: quasi quattro milioni di euro in arrivo per celebrare i fasti delle Città regie, mentre il cuore architettonico e identitario della città, l’ex Reggia giudicale di piazza Manno, scivola lentamente verso una destinazione d’uso che ne decreterà l’oblio pubblico. È il destino del patrimonio storico di Oristano, sospeso tra la narrazione patinata dei percorsi turistici e la cruda realtà di uffici governativi che minacciano di chiudere per sempre le porte della storia.
Il progetto approvato dalla Giunta Sanna è, sulla carta, inappuntabile: riqualificare mura medievali, investire in realtà aumentata, tessere trame di promozione per le sette perle giudicali della Sardegna. Eppure, proprio mentre si firmano i protocolli per vendere l’identità, si rinuncia a difenderla. L’ex carcere di piazza Manno, quel compendio che un tempo ospitava i sovrani d’Arborea, è oggi l’oggetto di un silenzio politico che pesa più di una sentenza. La trasformazione in Prefettura, caldeggiata dal Demanio, non è solo una questione di uffici; è un atto di sottrazione simbolica che priva la comunità del suo legame fisico con il passato.
La politica del silenzio e le leggi tradite
Dal punto di vista sociologico, assistere alla trasformazione di una reggia in un apparato burocratico statale rappresenta un segnale inquietante di scollamento tra cittadinanza e potere. Il patrimonio storico di Oristano non è un bene immobile qualunque; è il sedimento di una sovranità antica che lo Statuto speciale della Sardegna, all’articolo 14, imporrebbe di reclamare con forza. Le carte parlano chiaro: già nel 2016 la Regione aveva manifestato interesse, e mozioni recentissime dei consiglieri regionali hanno ribadito il diritto alla successione dei beni statali dismessi. Eppure, tra la norma e l’azione concreta, si è aperto un baratro dove l’Agenzia del Demanio continua a tessere la sua tela senza trovare ostacoli politici degni di nota.
Come può un’amministrazione investire cifre così ingenti per raccontare una storia che, contemporaneamente, accetta di vedere murata dentro i corridoi di un palazzo governativo? È il trionfo della forma sulla sostanza. Si finanziano le luci della ribalta per un itinerario turistico, ma si lasciano spegnere le luci sull’autenticità di un luogo che è stato testimone dei secoli. La difesa del patrimonio storico di Oristano richiederebbe un coraggio che oggi sembra latitare nelle stanze del palazzo comunale, dove la diplomazia istituzionale pare aver vinto sulla passione civile.
Verso un’identità senza corpo
Non basta un visore 3D per restituire ai cittadini la dignità di un luogo negato. Se la politica non riparte dalle basi legali già poste — dalla nota regionale del 2016 alla mozione del 2024 — l’operazione sulle Città regie rischia di trasformarsi in un guscio vuoto, una scenografia senza attori né pubblico. Il vero valore del patrimonio storico di Oristano risiede nella sua fruibilità, nella sua capacità di essere centro culturale pulsante e non semplice ufficio di rappresentanza dello Stato.
In questo corto circuito tra valorizzazione e tutela, la città rischia di perdere la sua anima più autentica. Resta l’amarezza di un paradosso tutto sardo: essere ricchi di fondi per la promozione e poveri di spirito per la conservazione. Se la Reggia di piazza Manno diventerà una Prefettura, quei quattro milioni di euro serviranno solo a finanziare il racconto di ciò che Oristano avrebbe potuto essere e che, nel silenzio della politica, ha scelto di non difendere.










